La prima cache non si scorda mai
Ci sono esperienze che non si ricordano per quello che sono state,
ma per quello che hanno fatto nascere.
La prima cache è una di quelle.
Non perché sia la più difficile, la più lontana o la più spettacolare,
ma perché è il momento in cui qualcosa cambia.
Il momento in cui inizi a guardare i luoghi in modo diverso.
La mia prima cache si chiama “M’illumino d’immenso”
e si trova a Santa Maria la Longa,
un piccolo paese nel cuore della pianura friulana, tra Udine e Palmanova.
Un luogo che sembra semplice.
E che invece ha imparato, nel tempo, a custodire storie enormi.
Santa Maria la Longa è un centro agricolo, fatto di strade dritte, campi aperti e piazze raccolte.
Un paese che non cerca di stupire, ma che si lascia scoprire solo da chi rallenta.
Durante la Prima Guerra Mondiale, questo territorio ebbe un ruolo preciso: quello di retrovia.
Era abbastanza vicino al fronte da restare coinvolto nella guerra,
ma sufficientemente lontano da offrire riposo ai soldati.
Tra il 1915 e il 1917 vennero costruiti baraccamenti, strutture di supporto, ospedali da campo.
Santa Maria la Longa diventò un luogo di passaggio, di sosta, di attesa.
Qui transitarono migliaia di uomini.
E tra loro anche Giuseppe Ungaretti
e Gabriele d'Annunzio.
Proprio a Santa Maria la Longa, durante un periodo di riposo nell’inverno del 1917, Ungaretti scrisse tre poesie.
Tra queste, una destinata a diventare una delle più celebri della letteratura italiana.
Due sole parole, appuntate il 26 gennaio del 1917:
M’illumino d’immenso.
Un verso nato in un momento di sospensione.
Un lampo di luce in mezzo alla guerra.
Un’espressione che racchiude attenzione, presenza, apertura.
Oggi quel passaggio della storia è ricordato nel centro del paese da un monumento e da tre pietre carsiche, su cui sono incise le poesie.
Segni discreti, che non impongono nulla, ma che sanno farsi trovare.
È proprio a questa storia che si ispira la cache “M’illumino d’immenso”, nascosta dallo Spana Team.
La cache è di dimensioni nano.
All’interno c’è solo il logbook.
Niente oggetti, niente scambi.
Serve una penna.
Serve tempo.
Serve attenzione.
La cache si trova in un piccolo parco giochi, nel centro del paese.
Un luogo quotidiano, vissuto, attraversato.
Un luogo che, come spesso accade, nasconde più di quanto sembri.
La mia prima cache l’ho cercata in una giornata di fine settembre.
L’aria era ancora morbida, la luce già più bassa, i ritmi lenti.
Ero insieme a mio nipote.
Questa è una parte fondamentale della storia, perché le prime volte condivise hanno un peso diverso.
Non c’era fretta.
Non c’era l’idea di “dover riuscire”.
C’era solo il piacere di cercare insieme.
Lui osservava tutto con curiosità spontanea.
Io con quella sensazione tipica di quando si sta provando qualcosa di nuovo:
un misto di interesse, prudenza, incertezza.
Mi chiedevo se mi sarebbe piaciuto davvero.
Se il geocaching sarebbe stato solo un gioco passeggero
o se avrebbe lasciato qualcosa di più.
La cache era lì.
Proprio dove avevamo già guardato.
Una scatolina minuscola, nascosta con intelligenza, che richiedeva attenzione più che tecnica.
Quando l’ho presa in mano non ho provato euforia.
Ho provato presenza.
Quel tipo di calma che arriva quando sei esattamente dove dovresti essere.
Quando il gesto che stai facendo ha senso, anche se è piccolo.
In quell’istante ho capito una cosa molto chiara:
volevo continuare.
Cercarne un’altra.
E poi un’altra ancora.
Non per collezionare cache,
ma per restare dentro quel modo di stare nei luoghi.
In quel parco giochi ho capito cosa rappresenta il geocaching per me.
È un invito a rallentare.
A osservare meglio.
A scoprire che ogni luogo ha molto più da raccontare di quanto sembri.
È un modo per attraversare gli spazi con più attenzione.
Per accorgersi delle storie che ci passano accanto.
Per condividere momenti che, anche se semplici, restano.
Quel giorno, insieme a mio nipote, mi sono sentita parte di qualcosa di più grande.
Di una storia che lega luoghi, persone e tempo.
Mi sono illuminata.
D’immenso.
Da questa esperienza nasce la serie “La prima cache non si scorda mai”.
Un progetto dedicato ai racconti personali legati al geocaching.
Perché dietro ogni cache c’è sempre una storia.
E dietro ogni prima cache c’è quasi sempre un momento che ha acceso qualcosa.
Se anche tu ricordi ancora la tua prima cache — il luogo, le persone, la sensazione —
questa storia può continuare.
Alcune cache restano.
E alcune prime volte aprono strade che vale la pena percorrere, lentamente.
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