Geocaching in orbita
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Nel geocaching siamo abituati a fare fatica.
A camminare.
A sudare.
A perdere il sentiero giusto e a discutere con un GPS che ci dice “sei arrivato”, mentre siamo chiaramente in mezzo al nulla.
Poi c’è una cache che cambia completamente le regole.
Una cache che non puoi raggiungere a piedi.
Non puoi raggiungere in auto.
Non puoi raggiungere in aereo.
Per trovarla, serve un razzo.
Sì, perché su Geocaching.com esiste davvero una cache chiamata International Space Station.
Il suo codice è GC1BE91.
È una Traditional Cache, con difficoltà 5 e terreno 5: il massimo possibile.
Non perché sia nascosta particolarmente bene, ma perché si trova a circa 400 chilometri sopra le nostre teste, a bordo della International Space Station.
La Stazione Spaziale Internazionale viaggia a circa 28.000 km/h e compie 16 orbite complete della Terra ogni giorno.
In pratica, mentre tu stai cercando una micro dietro un cartello, lei ti passa sopra la testa. Sedici volte.
A questo punto la domanda nasce spontanea: chi è stato il genio che ha pensato “sai cosa manca al geocaching? Lo spazio”?
La risposta è Richard Garriott.
Sviluppatore di videogiochi.
Geocacher.
E, per un breve periodo della sua vita, anche astronauta.
Nel 2008 parte a bordo di una Soyuz e raggiunge la Stazione Spaziale Internazionale.
E invece di limitarsi a godersi la vista della Terra dall’alto, decide di fare qualcosa di estremamente umano:
portare un gioco con sé.
Questa cache non è una scatola mimetizzata tra le rocce.
Non c’è muschio.
Non c’è un contenitore da richiudere con attenzione.
La cache è un armadietto.
Un locker numerato: il numero 218, nel segmento russo della stazione.
Niente logbook cartaceo, perché nello spazio anche un semplice foglio di carta può diventare un rischio.
Quando si parla di cache estrema, qui non si sta esagerando.
Le coordinate del listing puntano in Kazakhstan.
Ma non perché la cache sia lì.
Semplicemente perché la Stazione Spaziale Internazionale non può avere coordinate reali.
Si muove troppo.
Troppo veloce.
Troppo spesso.
Quelle coordinate sono simboliche.
Un modo elegante per dire che questa cache non resta mai ferma.
E no, non è solo una storia affascinante.
Nel 2013 un astronauta apre davvero quell’armadietto.
È anche un geocacher.
E registra il First To Find.
L’unico.
Un FTF che non può essere battuto, perché – diciamolo chiaramente – se non hai una missione spaziale programmata, questa cache non la trovi.
Quell’astronauta si chiama Rick Mastracchio ed è l’unica persona al mondo ad aver trovato davvero questa cache, loggando il First To Find direttamente dallo spazio.
Dopo aver trovato la cache più irraggiungibile del mondo, Rick Mastracchio ha riportato quella storia sulla Terra.
Durante un evento organizzato appositamente, è andato in una scuola a incontrare dei ragazzi, raccontando cosa significa vivere sulla Stazione Spaziale Internazionale e cosa vuol dire essere, per una volta, un geocacher nello spazio.
Perché a volte una cache non serve solo a essere trovata,
ma a ispirare chi viene dopo.
Oggi il listing è bloccato.
Non archiviato.
Non cancellato.
Solo protetto.
Perché questa non è una cache pensata per essere trovata da tutti.
È una cache pensata per dimostrare fin dove può arrivare un’idea.
Alla fine, non è una sfida.
Non è una gara.
Non è nemmeno un obiettivo.
È una storia.
La storia di un gioco nato con un GPS e una scatoletta, che un giorno è finito nello spazio.
Non per conquistarlo.
Non per dominarlo.
Ma per fare quello che facciamo sempre.
Guardare qualcosa di enorme
e pensare:
E se ci giocassimo?
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